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Verità ed esistenza ne Il pendolo di Foucault di Umberto Eco.

 

"Miserabile, aveva sopra il capo l'unico luogo stabile del cosmo, l'unico riscatto alla dannazione del panta rei, e pensava che fossero affari Suoi e non suoi. E infatti subito dopo la coppia si allontanò - lui educato su qualche manuale che gli aveva ottenebrato la possibilità di meraviglia, lei inerte, inaccessibile al brivido dell'infinnito, entrambi senza aver registrato nella propria memoria l'esperienza terrificante di quel loro incontro - primo e ultimo - con l'Uno, l'En sof, l'Indicibile. Come non cadere in ginocchio davanti all'altare della certezza? Io guardavo con reverenza e paura." Il punto cui è sospeso il pendolo - qualsiasi punto cui sia sospeso un qualsiasi pendolo - è un punto geometrico. Un punto privo di dimensioni. Essendo tale però non può avere movimento alcuno, ergo è immobile. E' così che con il pendolo è possibile dimostrare il moto della Terra. Ma esso dimostra, altresì l'esistenza dell'Uno. All'atto pratico però l'Uno è lì dove si sceglie di attaccare il pendolo ... Dunque l'Uno ed il Vero esistono, ma è altrettanto vero che la loro realtà dipendano da dove si decida di collocarli. E' il tema di fondo affrontato nel romanzo di Eco. Un tema che sorge dalle profondità dei tempi: il rapporto tra il soggetto e la Verità; tra l'esistenza di questa e quella del soggetto. Platone lo aveva affrontato magistralmente ne l' "Apologia di Socrate". La Verità è quella secondo la quale vale la pena di vivere e, se necessario, di morire. Socrate è persuaso di averlo fatto ed in pienezza, di aver dato testimonianza alla Verità con la propria vita. Accettare dunque la proposta di fuggire di nascosto e vivere in esilio non ha un senso, infatti anche lì egli vivrebbe secondo la Verità e testimoniandola e dunque come è incarcerato qui dai suoi stessi concittadini, lo sarebbe maggiormente altrove. Se dunque è reo di morte per aver testimoniato la Verità, dovrà subire questa condanna: "Ma dovete sperar bene anche voi giudici, in cospetto alla morte: e, se non altro, credere per vero solo questo: che a colui che è buono non accade male alcuno, né vivo né morto e che gl'Iddii non trascurano le cose sue. Né quello che è avvenuto a me ora, è per caso: peroché chiaro vedo che il morire ed essere liberato dalle brighe del mondo per me era meglio. Perciò non mi contrariò mai il segno dell'Iddio; ed io stesso non sono niente in collera con quelli che m'han votato contro e con gl'accusatori, quantunque non con questa intenzione m'avessero votato contro e accusato, ma sibbene credendo farmi del male. E in ciò sono da biasimare. (...) Ma già ora è di andare: io, a morire; voi a vivere. Chi di noi andrà a stare meglio, occulto è a ognuno, salvoché a Dio." Anche Gesù Cristo decise per la stessa scelta esistenziale rimanendo nell'orto degli ulivi a pregare. Se la Verità non è vissuta non è creduta all'atto pratico, dunque non è vera. Lo dirà San Paolo e tanti altri, lo diranno i laici come Sartre: "Verité et existence". Tempi, luoghi ed azioni possono essere molteplici, come di fatto sono nella vita di ciascuno, ma essi riconducono comunque a questo rapporto, convergono su questo punto focale. Il punto dal quale può essere visto il movimento del mondo, della vita, dal quale si accede al suo senso ed al suo significato. Ma, è la Verità ad istituire sempre anche la menzogna, così come il Bene definisce il Male. Ma, si diceva, sta ai soggetti scegliere il punto cui fissare il pendolo, accade così che non tutti optino per lo stesso punto, anzi nella realtà capita assai sovente che ciascuno lo collochi in luogo diverso. Può così succedere che ciò che è vero per alcuni sia errore per altri: tutto può succedere. Può succedere anche che tre amici scherzino e si prendano gioco di ciò che è vero per altri e, peggio, che ciò che è stato buttato in piazza per scherzo e gioco sia poi preso per vero. E' quanto capita ne "Il pendolo" dove una sera al Bar, "da Pilade" tra una birra ed una partita a bliardo e l'altra, tre amici, piccoli intellettuali frequentatori di dase editrici che hanno anche a che fare con l'occultismo, i piani massonici, templari, rosacrociani, cercatori di Graal, et similia, decidono per gioco e per scherzo di mettere insieme ciò che si sa di queste cose. Accade di peggio: decidono di provare se sia possibile mettere insieme seriamente ed in modo sensato ciò che è noto per vedere cosa ne esca. Succede ancora di peggio: ne esce qualcosa di più sensato di ciò che si trova in circolazione. Alla luce di questo è deciso il gesto che porterà alla rovina: tramite le case editrici con cui hanno a che fare fanno circolare il loro "Piano" negli ambienti di cui sopra. Il "Piano" infatti viene creduto "Vero" nei massimi ambienti: iniziano le ricerche delle sue origini, dei suoi detentori. Il confronto è subito serrato, ma inizialmente dipanantesi solo sul piano del confronto teorico tra le diverse tesi ed il loro intreccio inestricabile nel quale "Il pendolo" diviene la migliore opera di consulenza tecnico scientifica sul materiale riguardante il Graal, i Rosa Croce, i Templari etc. Ma subito il confronto diviene anche concreto e pratico ed incide immediatamente nella vita dei personaggi. Diventa poi chiaro che il fatto più cruciale per ognuno, tanto nel rapporto con sé, quanto in quello con gl'altri sia proprio quello di "Dove" ciscuno vada a collocare il punto sospensivo del "Proprio" pendolo, ossia della propria "Verità". Cosa significhi per ciascuno e la sua vita che la "Verità" sia una piuttosto che un'altra. Perciò che la "Verità" DEBBA essere una piuttosto che un'altra. Che, proprio per questo la "Verità" debba essere avvolta da un'aura di mistero. E' infatti al fatto che la "Verità" sia "quella" e che sia nota solo ad alcuni adepti, ciò che ad essi dà fama, potere, ricchezza. E' per questo che i vertici debbono entrare in possesso, a qualunque costo, del "nuovo" "Piano", per conservare il loro potere. Un "Piano" inventato per scherzo ingigantisce tutto ciò prtandolo al parossismo. In più: un "Piano" inventato per scherzo smaschera una realtà ulteriore, quella che il segreto più segreto sia un segreto vuoto, perché essendo tale non potrà ami essere svelato: "Ora so qual è la Legge del Regno, della povera, disperata, smandrappata Malkut (l'ultima delle Sefirot, ndr.) in cui si è esiliata la Saggezza, andando a tastoni per ritrovare la propria lucidità perduta. La verità di Malkut, l'unica verità che brilla nella notte delle Sefirot, è che la Saggezza si scopre nuda in Malkut, e scopre che il proprio mistero sta nel non essere, se non per un momento, che è l'ultimo. Dopo ricominciano gli Altri. E con gli altri i diabolici, a cercare abissi dove si celi il segreto che la loro follia è. (...) E' notte alta, sono partito da Parigi questa mattina, ho lasciato troppe tracce. Hanno fatto in tempo a indovinare dove sono. Tra poco arriveranno. Vorrei aver scritto tutto ciò che ho pensato da questo pomeriggio a ora. Ma se Essi lo leggessero, ne trarrebbero un'altra cupa teoria e passerebbero l'eternità a cercare di decifrare il messaggio segreto che si cela dietro la mia storia. E' impossibile, direbbero, che costui ci abbia raccontato solo che si stava prendendo gioco di noi. No, magari lui non lo sapeva, ma l'Essere ci lanciava un messaggio attraverso il suo oblio. Che lo abbia scritto o no, non fa differenza. Cercherebbero sempre un altro senso, anche nel mio silenzio. Sono fatti così. Sono ciechi alla rivelazione. Malkut è Malkut e basta. Ma vaglielo a dire. Non hanno fede." Alla fine però qualsiasi cosa è meglio che lo svelamento del fatto che la "Verità" per la quale il grande colonnello Ardenti sia appunto il "Grande Colonnello Ardenti" è una bufala. Sarebbe solo un povero coglionaccio qualsiasi, lui e gl'altri, altro che grandeur, potere e ricchezza. Qualsiasi cosa è meglio, anche l'omicidio. Ogni "Verità" infatti incarna, alla fine, un potere ed è questo quello che, in nome della "Verità" va custodito. "Il pendolo" rinvia dunque alla questione di dove fissarlo, ovvero di scegliere. Scegliere o stabilire quale sia la Verità, la Verità Vera, quella per la quale, come Socrate o come ns Signore Gesù Cristo, valga la pena di vivere o, che è lo stesso, di morire.

francesco latteri scholten (4.8.2011)

Pubblicato il 4/8/2011 alle 9.37 nella rubrica diario.

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