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Blog fenomenologico esistenzialista di francesco latteri scholten
Sartre, i Cahiers: il fascino dirompente di una grande morale laica.
post pubblicato in diario, il 21 luglio 2011




"L'essere ed il nulla", la grande opera sartriana apparsa nel 1943 in pieno secondo conflitto mondiale, chiude rinviando ad una successiva riflessione più esplicitamente morale. Nella parte conclusiva Sartre scriveva: "Tutti questi problemi, che ci rinviano alla riflessione pura e non complice, non possono trovare la loro risposta che sul terreno morale. Vi dedicheremo un'altra opera." In realtà a ciò rinviava la concezione stessa del soggetto quale egli la aveva formulata nella sua impostazione originaria formulata ne "La trascendance de l'ego", concezione che Sartre non ha mai abbandonato (Cfr. Simone de Beauvoir, "La force de l'age"). E' qui che viene elaborato tra gli altri il concetto di "ego" e di "moi" che poi saranno l' "en soi" ed il "pour soi" de "L'essere ed il nulla". E' qui che viene formulato il concetto sartriano di "trascendance", nonché quello di "qualitè". Quest'ultimo è del tutto sovrapponibile a quello di "habitus" della filosofia antica e medioevale, in particolare a quello tomista. Il rinvio ad un discorso morale era dunque una intrinsecità impellente della concezione sartriana sin dal suo nascere, sin dai suoi più primi ed elementari concetti. L'argomento viene affrontato con determinazione e con il consueto coinvolgimento radicale che caratterizza il nostro negli anni 1947-1948 con la stesura del primo e del secondo tomo, ma poi abbandonato nel 1949. I "Cahiers" sono addirittura sconfessati e bisognerà attendere il 1983 per vederli non essendosi il nostro mai opposto ad una pubblicazione postuma. Non si tratta però né di un ripudio, né di un distanziamento. E' che nel confrontarsici radicalmente si è evinta la certezza che le posizioni elaborate sono una transizione ad un quid situato oltre. Un quid che sarà concretizzato nella "Critique" e in "Verité et existence". Quest'ultimo nasce dal confronto con "Vom Wesen der Warheit" di Martin Heidegger ed enuclea posizioni che sono fondamentali per Sartre e che sono illuminanti per un miglior confronto proprio con i "Cahiers". Per il nostro, a differenza che per Heidegger, la questione non è solo quella della "Verità" dell' "Essere", in quanto proprio una ontologia autentica della verità implica la presenza consapevole dell'esistente in rapporto al suo mondo ed il ruolo della "Verità" nei rapporti intersoggettivi. La "Verità" non è vera se non è vissuta e fatta: la verità crea il suo tempo creandosi e può esistere solo in divenire, in un divenire concreto, ossia "en situation". Si tratta di concetti fondamentali, nuovi ma, al tempo stesso, antichi, cosa che molta critica ha omesso di notare. Che la "Verità" vada vissuta nell'agire concreto in modo da diventare "Verità" in atto, agente praticamente nella storia, è un concetto che ritroviamo già ad es. nei profeti dell' AT, in molti filosofi e correnti filosofiche dall'antichità in poi, e che ritroviamo, con forza tanto in Paolo di Tarso quanto in Cristo: "vana è la fede senza le opere": la "Verità" va agita, va concretizzata nell'azione e così storicizzata. Così essa si colloca "en situation" e crea una nuova realtà un nuovo divenire di una nuova situazione e di una nuova storia. Si comprende ora bene quanto espresso nei "Cahiers": è ontologicamente impossibile una coscienza senza oggetto. Ma "oggetto" della coscienza è il mondo, la situazione storica reale e concreta in cui il soggetto è posto. Perciò "Ogni situazione costruisce una coscienza e, nello stesso tempo, dà luogo a una morale (...) la realtà è composta da tanti discorsi morali quanti sono i soggetti che n e fanno parte."(S. Moravia, "Introduzione a Sartre".) Lo aveva già osservato Schopenhauer: "Il mondo è una mia rappresentazione tutto ciò che esiste per la conoscenza, e cioé il mondo intero, non è altro che l'oggetto in rapporto al soggetto, la percezione per lo spirito percepiente; in una parola rappresentazione. (...) Tutto quanto il mondo include o può includere, è, inevitabilmente, dipendente dal soggetto, e non esiste che per il soggetto. Il mondo è rappresentazione. (...) Il soggetto e l'oggetto sono dunque inseparabili, anche per il pensiero: ciascuno dei due non ha senso né esistenza se non per mezzo dell'altro, ovvero ciascuno esiste con l'altro e con esso si dilegua" (A. Schopenhauer, "Il mondo come volontà e rappresentazione"). Ora, essendo per Sartre il soggetto costitutivamente libero e dunque responsabile, il problema primario diviene quello di coniugare la libertà del soggetto con l' "Altro". Ciò è possibile per il nostro tramite la "Generosità" e l' "Amore". Amare è incorporare le realtà meno significative dell' "Altro", è credere e accettare la finitudine intrascendibile dell' "Altro" e, al tempo stesso, la propria. In questo senso l'attuazione della generosità e dell'amore è conversione e la moralità è "conversione permanente". Non si tratta ovviamente di una conversione astratta o di una semplice conversione personale. La conversione deve essere agita, concretizzata nella situazione reale. Essa deve essere "storicizzata", posta in essere in una determinata realtà e situazione storica producendo nuovo divenire, producendo una storia nuova, dunque un nuovo soggetto e, al tempo stesso, una nuova società. "in mancanza di questo cambiamento non c'è conversione morale assoluta. Così come il rifiuto della guerra non sopprime comunque la guerra. (...) il solo progetto valevole è quello di fare (e non di essere) e che il progetto di fare non può essere universale senza cadere nell'astratto (...) Il progetto valido è quello di agire su una situazione concreta e di cambiarla" (Sartre, "Cahiers"). Dunque è solo entrando nella dialettica della storia che la conversione personale acquista il suo senso pieno. Soddisfarrebbe pienamente questi requisiti, anche se, ovviamente, Sartre non la cita, ad es. la celeberrima coversione di S.Paolo. "La conversione autentica è ripresa di sé tramite il mondo, tramite la scelta dei valori che ci riguardano invischiati nella storia."(S. Moravia, op. cit.). Si tratta di una scelta non sempicisticamente di adesione parolaia, ma di scelta vissuta, scaturente dal confronto profondo con sé e con il mondo, una scelta che può essere trovata, a volte, solo sulla via di Damasco. E' qui il fascino dirompente anche di una grande morale laica.
francesco latteri scholten.

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